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Buongiorno Presidente.
Grazie di questa opportunità, grazie per la parola e grazie ai membri della Commissione.
Noi, come gestori professionali di affitti brevi, rappresentiamo i proprietari che mettono sui portali online le loro case e colgono l’opportunità di incrementare i propri redditi.
È vero che, quando il settore si professionalizza, noi rappresentiamo centinaia e, talvolta, fortunatamente, anche migliaia di immobili e di proprietari. Questo, tuttavia, non configura una gestione unitaria che faccia concorrenza agli hotel.
Respingiamo completamente, inoltre, l’affermazione secondo cui il proprietario beneficerebbe di una fiscalità agevolata. Il proprietario, come sappiamo, paga la cedolare secca sull’importo della locazione. Le imprese che lo supportano nella promozione degli immobili, invece, pagano l’IVA al 22%, e non al 10% come gli alberghi, pagano l’IRES, pagano l’IRAP e sostengono tutte le altre imposte previste per qualsiasi impresa ordinaria.
Venendo all’Affordable Housing Act, noi chiediamo a questa Commissione di respingere il documento, perché parte da un presupposto sbagliato: che gli affitti brevi siano l’unica e fondamentale causa dell’impossibilità, per una categoria di famiglie europee, di accedere a un’abitazione a prezzi accessibili.
Un aspetto significativo è che, nelle proprie raccomandazioni, la Commissione dimostra di sapere esattamente, e con grande accuratezza, quali siano gli interventi necessari per migliorare l’accessibilità economica e l’offerta di alloggi nelle zone ad alta tensione abitativa.
La Commissione parla infatti chiaramente della necessità di intervenire sull’offerta, costruire nuovi alloggi, utilizzare appieno ed efficacemente il patrimonio pubblico e rendere più semplice rientrare nella disponibilità degli immobili in caso di morosità.
È quindi evidente che la Commissione conosce gli investimenti necessari per intervenire in modo concreto ed efficace sul problema dell’accessibilità abitativa.
Tuttavia, ha scelto consapevolmente di privilegiare la lotta ideologica agli affitti brevi.
L’introduzione degli indicatori basati sul rapporto tra prezzo delle abitazioni e reddito, secondo i primi calcoli, metterebbe in una condizione di stress abitativo quasi tutto il Paese, praticamente l’intero sistema italiano. Questo in un contesto in cui oltre l’80% delle famiglie vive in una casa di proprietà e ci sono quasi 10 milioni di abitazioni sfitte.
Abbiamo quindi un problema strutturale come sistema Paese: ogni anno circa 400.000 case si svuotano, andando ad alimentare il patrimonio inutilizzato, che tende progressivamente a perdere valore. Eppure, anziché affrontare questo problema, ci concentriamo contro gli affitti brevi.
Chiediamo pertanto al Parlamento, in modo molto concreto e pragmatico, di prendere in considerazione la modifica del rapporto tra prezzo e reddito utilizzato come indicatore.
Se è vero, e soprattutto dimostrabile, che gli affitti brevi sono la causa dell’inaccessibilità del patrimonio immobiliare per chi ha bisogno di una casa, allora proponiamo di sostituire il parametro degli anni necessari per acquistare un’abitazione con un indicatore maggiormente in grado di misurare l’impatto delle locazioni brevi sul mercato immobiliare.
La nostra proposta è di adottare il rapporto tra il numero dei CIN registrati in un Comune — considerato che in Italia abbiamo avuto la lungimiranza di introdurre questo strumento, che ci consente di misurare il numero degli affitti brevi — e lo stock abitativo complessivo dello stesso Comune.
Si tratterebbe, quindi, di un parametro direttamente correlato all’incidenza degli affitti brevi.
Il Comune di Napoli, per esempio, ha introdotto una legge che limita la libertà privata in un contesto in cui gli affitti brevi rappresentano appena lo 0,5% dello stock abitativo totale della città e sono, quindi, sostanzialmente ininfluenti rispetto al patrimonio immobiliare complessivo.
Chiediamo inoltre che lo Stato faccia la propria parte e che si possa procedere a eventuali restrizioni soltanto quando ricorrano due condizioni: che il numero delle abitazioni sfitte sia pari ad almeno il 10% del totale delle abitazioni della città e che il settore pubblico abbia fatto la propria parte, utilizzando pienamente il patrimonio immobiliare disponibile.
Chiediamo anche — e nella Memoria depositata abbiamo specificato con molta chiarezza le nostre proposte — che le eventuali misure restrittive siano adottate a livello nazionale, così da evitare quanto sta già accadendo sul nostro territorio: una frammentazione normativa e una crescente conflittualità tra cittadini, imprese ed enti locali.
Questa situazione genera ricorsi al Consiglio di Stato, ai TAR e alla Corte costituzionale, che molto spesso stanno dando ragione ai nostri associati.
Chiediamo, infine, che non sia mai consentita l’introduzione di restrizioni con effetti retroattivi, perché ciò vanificherebbe gli investimenti già effettuati da famiglie e imprese che hanno già ottenuto i CIR e i CIN e che operano, pertanto, in un regime di piena legalità.
Grazie.